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I medici specialisti inducono le prescrizioni sul territorio? Giulio Formoso, Marco Lombardi

I medici di medicina generale possono decidere autonomamente quali farmaci prescrivere, in base alle informazioni disponibili su efficacia e sicurezza e in base alla loro valutazione delle specifiche situazioni cliniche nelle quali i farmaci andrebbero utilizzati. Tuttavia, a volte le prescrizioni dei medici di medicina generale possono essere influenzate anche da indicazioni ricevute da colleghi specialisti e, di fatto, non essere decise autonomamente. Questa eventualità potrebbe a volte essere usata per giustificare tassi elevati di prescrizioni di farmaci di nuova introduzione, intensamente promossi dalle ditte produttrici ma spesso non adeguatamente supportati da prove di maggior efficacia e sicurezza e generalmente più costosi di altri già da tempo sul mercato.

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Ezetimibe per il colesterolo alto? Ci sono scelte migliori Alberto Donzelli, Alessandro Battaggia

Pur sul mercato da molti anni, ezetimibe non aveva mai dimostrato un convincente valore aggiunto di interesse per i pazienti, al di là della capacità di abbassare il colesterolo(c)LDL del 15­20% in modo indipendente dalle statine. Il grande RCT IMPROVE-­IT è presentato come la prova finale del valore aggiunto in generale di ezetimibe rispetto a una statina e la conferma che “più basso è (il cLDL) meglio è”. Marketing e opinion leader dipingono ezetimibe come un grande progresso terapeutico. Ma i dati lo confermano? In realtà essi riguardano solo gravi coronaropatici, con riduzione in 7 anni del 2% di eventi cardiovascolari, ma non di mortalità; non riportano gli eventi avversi gravi totali (il 42% ha interrotto le cure); nei RCT vs placebo, simva+ezetimibe ha dato alcuni morti in più. Ci sono interventi ben più efficaci e costo-efficaci.

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Il caso dabigatran: l’importanza della trasparenza Monia Donati, Mario Melis

“Can we rely on RE-LY?” era nel 2009 il titolo dell’editoriale del New England Journal of Medicine a commento dello studio RE-LY di confronto tra il dabigatran, primo esponente della classe dei nuovi anticoagulanti orali, e il warfarin in pazienti con fibrillazione atriale non valvolare, a rischio di ictus. Da questo studio è emerso che entrambi i dosaggi di dabigatran erano non inferiori al trattamento con warfarin in termini di efficacia (ictus e embolia sistemica); inoltre, alla dose di 150 mg il dabigatran era più efficace rispetto al gruppo di confronto, mentre al dosaggio di 110 mg risultava superiore in termini di sicurezza (sanguinamenti maggiori). A cinque anni di distanza, il British Medical Journal riprende la questione pubblicando un’inchiesta sulla mancanza di trasparenza dei dati forniti alle agenzie regolatorie dalla Boehringer.

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Lo strano derby tra bevacizumab e ranibizumab. Ma il biglietto chi lo paga? di Antonio Clavenna

Il bevacizumab (nome commerciale Avastin©) è un anticorpo monoclonale che blocca la crescita dei vasi sanguigni (angiogenesi) attraverso il legame con il fattore di crescita dell’endotelio vascolare (Vascular Endotelial Growth Factor, VEGF). Il bevacizumab è nato come antitumorale, ma si è successivamente scoperto che questo farmaco può essere utile anche in alcune patologie dell’occhio caratterizzate dalla formazione di vasi sanguigni nella retina (degenerazione maculare; retinopatia del neonato prematuro). L’uso del bevacizumab in Italia (ma non solo) è però autorizzato solo nella terapia di alcuni tumori e non per il trattamento delle malattie della retina: nonostante l’esistenza di prove scientifiche sulla sicurezza e efficacia del farmaco nella degenerazione maculare, la ditta produttrice (la Roche) non ha mai fatto richiesta alle autorità regolatorie per estendere anche a questa malattia l’indicazione d’uso del farmaco.

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